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L'impegno “per caso” dei fotoamatori “per scelta” di Andrea di Napoli

L'impegno “per caso” dei fotoamatori “per scelta” di Andrea di Napoli

https://steemit.com/fotografia/@adinapoli/l-impegno-per-caso-dei-fotoamatori-per-scelta-di-andrea-di-napoli

Sappiamo tutti molto bene quanto sia divertente fare fotografie. Anche quando siamo soli la fotocamera ci fa compagnia “registrando” i luoghi e i volti che ci hanno colpito particolarmente tra quelli intorno a noi. In casi estremi, che rasentano la paranoia, il semplice contatto con l'apparecchio fotografico fornisce agli appassionati il conforto necessario a ristabilire un giusto equilibrio mentale. Ma sto ironicamente esagerando.
Effettivamente è soprattutto quando incontriamo gli amici e abbiamo voglia di scherzare con loro che la padronanza di una accattivante forma espressiva ci consente di realizzare le cosiddette “fotografie del cazzeggio” durante i “viaggi d'istruzione”, in occasione delle feste o nel corso di conviviali banchetti.
Le smorfie, le macchie di vino e anche le involontarie figuracce che suscitano sempre il buonumore, non sfuggono mai al beffardo obiettivo dei sarcastici compagni presenti in quei momenti di spensieratezza.
Tuttavia ogni fotoamatore è consapevole che, allorquando si presentano situazioni critiche o eventi drammatici, occorre mettere da parte gli scherzi e realizzare con estrema serietà le fotografie di impegno civile e sociale per documentare l'accaduto attraverso immagini destinate a “parlare alle coscienze” degli osservatori, inducendoli a riflettere e a ricordare. Questo compito precipuo appartiene al fotoreporter che per mestiere deve integrare con le proprie immagini gli articoli scritti da cronisti ben informati sui fatti. In queste circostanze, però, anche il fotoamatore ha quasi il dovere di assumersi la responsabilità di rivestire il ruolo di valido comunicatore ed intellettuale, non solo con lo scopo di fornire una testimonianza visibile, più o meno dettagliata, dei fatti rappresentati, ma, soprattutto, provando a darne una interpretazione emozionante e talvolta commovente, che abbia anche una valenza artistica.
Di fronte a certe situazioni destinate a lasciare un segno indelebile nella memoria della gente, anche uno “scatto”, talvolta, giunge a godere di vita propria ed a fornire una rappresentazione diretta e duratura nel tempo, di gran lunga superiore a tutti gli articoli che si sono occupati del medesimo fatto.

La mostra fotografica relativa al prestigioso concorso internazionale WORLD PRESS PHOTO propone ogni anno le immagini giornalistiche giudicate più significative dell'anno precedente, col preciso intento di sostenere “la libertà di informazione, inchiesta e espressione come diritti inalienabili promuovendo e tutelando il foto-giornalismo di qualità.” Un altro riconoscimento giornalistico internazionale è il notissimo premio Pulitzer, destinato agli autori che sono stati capaci di fotografare avvenimenti sensazionali.
Le capacità, l'esperienza e l'istinto o , talvolta, solo una serie di fortunate coincidenze, hanno portato spesso i fotografi professionisti e non, a realizzare immagini che vanno oltre l'informazione giornalistica ed entrano a pieno titolo nella Storia.

Il rischio che la produzione fotografica relativa ad episodi controversi possa venire manipolata o strumentalizzata fino al punto da rendere il suo contenuto inattendibile ai fini giornalistici può essere evitato attraverso didascalie che contengano dati inoppugnabili (come data, ora, luogo, nome dei soggetti presenti …) ed indicazioni circostanziate. Indubbiamente, l'immagine favorisce la memorizzazione meccanica e conoscitiva di un avvenimento del passato e, attraverso la sua rappresentazione, contribuisce a fare in modo che quanto accaduto non possa più essere negato.

Difficilmente la realtà coincide con la versione dei fatti accettata da coloro che detengono il potere, per questa ragione è opportuno ricordare un sagace pensiero del celebre scrittore britannico del Novecento George Orwell: “La vera libertà di informazione consiste nel dire alla gente quelle cose che la gente non vorrebbe sentirsi dire”
Testo Andrea di Napoli

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Santo Stefano di Camastra in Foto

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La manifattura artigianale della ceramica rappresenta una eccellenza tipica del paese di Santo Stefano di Camastra, in provincia di Messina, e proprio presso Palazzo Trabia, elegante sede del MUDIS, Museo Diffuso della Ceramica, nel pomeriggio di sabato 18 agosto, verrà inaugurata una mostra collettiva alla quale partecipano noti e apprezzati fotografi. Le opere esposte sono state realizzate da: Melo Minnella, Nino Giaramidaro, Nino Pillitteri, Francesco Aronica, Salvatore Clemente, Salvo Cristaudo, Lorenzo Ingrasciotta, Pippo Pezzino, Lucia Giurintano.

La mostra dal titolo “Santo Stefano di Camastra … in Foto” rimarrà visitabile fino al 31 agosto.

click-magazine.it #52 agosto

Resoconto di viaggio: Cammino di Santiago

di Ilenia Anna Romeo vedi la Galleria completa 67 images

         

Sono tornata dico ai miei amici e a chi incontro, sono tornata dal “cammino di Santiago”.
Si dice così tutto unito, e tutti capiscono di cosa tu stia parlando. Si, perché non è Santiago il luogo in cui vai ma “il cammino di Santiago”, che diventa il luogo il tempo e lo spazio. L’accento non è sulla meta ma sul percorso, sui passi, sui giorni e le ore, sul meteo, sulle salite e le discese, sul peso del tuo zaino che è tutto ciò che hai, sul quotidiano incedere che ti porterà ogni volta al prossimo albergue e al prossimo incontro, alla cattedrale di Santiago e anche più in là. A me fino a Finisterre.
resoconto di viaggio cammino di santiago 1 20180729 1141779961“Ah bellissimo, ti sei divertita? … Oh, avevo pensato di farlo anche io! … Mah sei una persona diversa vero?... che sensazioni hai provato?”
Bèh un pellegrino, per lo meno io, non sa rispondere a queste domande perché il cammino non è qualcosa di magico, ed è personale. Profondamente personale. È inevitabile incontrarsi con sè stessi più che in altri viaggi, perché ci si sveglia al mattino e l’unica cosa che si deve fare è "camminare". Non si riempiono i vuoti, né si silenzia il cuore facendo programmi, osservando scadenze, svolgendo doveri quotidiani imposti, semplicemente si cammina da un punto ad un altro, ascoltando il proprio respiro, il proprio corpo, i propri limiti. I bisogni si semplificano, si riducono all’essenziale e nella pesantezza della fatica della strada, si diventa leggeri.
“Cosa ti ha portato a decidere di fare questo tipo di viaggio? E perché adesso?” Questa è un’altra delle classiche domande che ti viene posta. Sembra tu debba avere una risposta unica, sensazionale, illuminante ma in realtà io non avevo un motivo “scatenante”, solo il desiderio di fare un viaggio da sola con Ilenia. Non Ilenia mamma, Ilenia figlia, Ilenia amica, Ilenia maestra, Ilenia sorella; ma io e Ile, senza forme a cui aderire, senza doveri da rispettare se non quello di ascoltarsi a vicenda io e lei.
Ho comprato il biglietto il 2 febbraio di quest’anno e volutamente per mesi non ho dato notizia dell’intenzione ad alcuno. Ho scelto il cammino portoghese perché ne avevo avuto racconti come di un cammino non affollato, ma non deserto, una terra di grandi bellezze naturali popolata da gente accogliente. La sera del 2 febbraio, stesso giorno dell’acquisto del volo, andando a dormire lo sguardo si posa sul comodino dove tengo un calendario di quelli con frasi ispirate dai romanzi e da grandi scrittori. Diceva:
“Al di là che si abbiano molti amici o che si sia soli, è importante trovare qualcosa che permetta di non temere la solitudine” Mitsuyo Kakuta (La ragazza dell’altra riva)
Il cammino è iniziato a Oporto la mattina del 29 giugno e l’arrivo a Santiago è avvenuto il 7 luglio. resoconto di viaggio cammino di santiago 2 20180729 1209588050 Più velocemente di quanto credessi, le tappe sono state attraversate sempre in compagnia di un uomo portoghese, e di uno spagnolo. Gli altri incontri con una coppia di Praga, con una coppia pugliese, con un gruppo di insegnanti italiani, con una donna australiana, diverse ragazze tedesche, tante donne sole, mi hanno accompagnata per singoli tratti, per poi ritrovarci alla fine. Reinaldo e Ramon invece sono stati i compagni più presenti. Ma l’arrivo alla cattedrale di Santiago è avvenuto da sole, io e Ile. Da sole eravamo partite e sole siamo arrivate. Ramon era partito alle 4 a.m. perché voleva essere presente alla messa delle 12, e a circa 4 km dalla cattedrale Reinaldo ed io senza spiegazioni ci distanziamo, arrivando così alla piazza Obradorio ognuno per conto proprio. Volevo fosse cosi e non è stato necessario neanche dircelo.
Qui si chiude la prima parte del cammino, saluti e promesse di sentirsi con gli altri. Nessuno dei miei compagni fin lì incontrati continua per Finisterre. Così mi fermo a Santiago il giorno seguente per aspettare e salutare chi arriva quel giorno e chi parte per tornare a casa. Lunedì 9 luglio inizio un altro cammino, così lo vivo, di nuovo sola da Santiago a Finisterre. La tristezza sentita in quella giornata di saluti e distacchi nella città che nonostante il sole e il cielo azzurro mi era sembrata cupa e pesante, svanisce quando zaino in spalla e scarponi ai piedi riprendo a camminare la mattina seguente.
resoconto di viaggio cammino di santiago 7 20180729 1894879944Questi tre giorni si riveleranno i più solitari di tutti, 100 km tra boschi, campi, dure salite per giungere alla vista dell’oceano Atlantico. Prima a Muxia e infine a Finisterre. Ho camminato quasi sempre sola.
Questa strada odora di nostalgia. Nostalgia della mia infanzia, nostalgia di mia nonna, delle cure, il silenzio e il caldo con il lavoro nei campi, odorano di un lontano conosciuto. Nostalgia della sensazione di avere tutto il tempo davanti e non sapere neanche cosa significhi che non è più tempo... Nostalgia della certezza dell’accoglienza e dell’amore incondizionato. “ Puoi andare lontano, migrare, farti pellegrina e viandante ma le radici sono sempre con te, le devi sentire, accettare e accogliere e, se puoi, ritornarci, ricongiungerti a loro. Perché tu sei anche quelle radici” A.Beltrame
Già io sono “anche” quelle radici, ma mi hanno ispirato le parole di padre Fabio durante la meditazione alla cattedrale di Santiago e le faccio mie: Non facciamoci condizionare dal nostro passato, facciamoci condizionare dal futuro. Da ciò che vogliamo essere. E’ davvero specchio della mia vita di questo momento storico, cammino sola, Ile frutto del mio vissuto e delle mie radici, incrociando e incontrando sul mio cammino nutrienti energie portate da esseri umani speciali e offrendo loro le mie. Senso di libertà e rispetto dei propri ritmi e tempi ma senza senso di solitudine. Grazie a Paula, Gloriana e Gabriele compagni di queste bellissime tappe fino alla fine del vecchio mondo.

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Helena Janeczek La ragazza con la Leica Guanda Premio Strega 2018

 

Biografia, romanzo storico, romanzo sentimentale? La ragazza con la leica è tutte queste cose e, forse, qualcosa di più: è la fotografia di un intero gruppo di giovani esuli, per lo più di origine ebraica, che si incontra e si unisce nella Parigi degli anni Trenta. Un gruppo di giovani idealisti, politicamente di sinistra, che vede nella resistenza spagnola l’emblema del proprio riscatto.  Al centro del fuoco è la ragazza con la leica, la giovanissima Gerda Taro (Gerda Pohorylle), fotografa tedesca, compagna del più noto Robert Capa, fotoreporter ungherese, morta in Spagna a soli ventisette anni, il 26 luglio 1937, sotto i cingoli di un carro armato. Il racconto prende il via da una fotografia che ritrae la giovane coppia in un momento di felicità, “unita da un sorriso largo, molto intimo”, e si chiude su altre fotografie che li vedono insieme. La visione fotografica domina l’intero romanzo. Gerda è messa a fuoco, infatti, da diversi punti di vista, cioè dai ricordi di tre personaggi che l’hanno conosciuta da vicino e amata: l’allora studente di medicina, Willy Chardach, detto il Bassotto, che si è accontentato del ruolo di cavalier servente, il militante Georg Kuritzkes, impegnato a combattere nelle Brigate Internazionali, che Gerda ha amato follemente; l’amica di Lipsia Ruth Cerf, con la quale vive a Parigi dopo la fuga dalla Germania.

https://premiostrega.it/PS/libri/#helena-janeczek

click-magazine.it #51 luglio

 

DARIO LI GIOI       ROBERTO SIRCHIA       BRUNO CATTANI       ANDRES MARCOLLA
NINO PILLITTERI  GENZIANA PROJECT    PIETRO COLLINI        RAGUSA FOTO

Photo Cover by Dario Li Gioi On Line on the site www.click-magazine.it

Responsabile/fondatore Walter Falzolgher
Collaboratori Agata Petralia Cristina UsanzaDuccio LuglioPier Raffaele Platania, Salvo Bellistri, Tony Leone.

FOTOGRAFARE A PALERMO

Andare per i vicoli di Palermo è sempre interessante e talvolta girovagando senza una precisa meta si riescono a cogliere particolarità specifiche che caratterizzano il contesto popolare che vi abita.
La presenza sempre più accentuata di turisti degli ultimi tempi poi, ha abituato la gente a vedere una massa di curiosi sempre intenti a ricercare e a soffermarsi su tipicità che per i locali sono divenute nel tempo delle ordinarie normalità e, quindi, per noi fotoamatori impegnati nella continua ricerca volta ad immortalare aspetti particolari, è diventato più facile muoversi nei luoghi più popolari senza suscitare particolari diffidenze.
Comunque, per evitare problemi, in talune situazioni è opportuno farsi riconoscere o attivare iniziative che facilitino l’accettazione, a tal fine è bene parlare spesso in dialetto per informare gli indigeni che anche noi siamo dei locali.
Ieri, mentre giravo per un vicolo del centro storico “rimesso a nuovo” con un amico, anche lui appassionato di fotografia, ad un certo punto si sentì una voce femminile dire: “c’è unu ca avi tri uri chi fa fotografie, ma chi ci fotografa?”, lo diceva al marito che era con lei in strada, intento in una operazione di trasbordo di pacchi.
Al terzo piano privo di ascensore della palazzina sovrastante, infatti, c’era un ragazzo intento a manovrare con un montacarichi cui erano state agganciate molteplici sporte e sacchetti …… presumibilmente contenenti vettovaglie della spesa domenicale per il pranzo di mezzogiorno o altro.
Qualcosa, per il signore di basso che procedeva agli agganci, evidentemente non stava andando per il verso giusto per cui, rivolgendosi al ragazzo del terzo piano, è nata in lui spontanea la classica esclamazione palermitana: “curnutu tu e cu un tu rici puru”. Prontamente la moglie, quella che aveva fatto le considerazioni sul fotografo che ero io, si associò anche lei all’invito esclamando: “curnuto” rivolgendosi al presumibile giovane congiunto che manovrava al montacarichi.
Atteso che il tutto avveniva mentre noi eravamo ormai prossimi al luogo dell’operazione di trasbordo, è nata spontanea la mia associazione alla consuetudine locale. Quindi prontamente dissi anch’io “curnutu”, precisando che a questo punto non potevo esimermi dal partecipare.
L’ilarità generale tra tutti gli astanti, compresi i congiunti affacciati al balcone e l’addetto al montacarichi, aprì tutti i varchi e mi qualificò come “palermitano doc”, il che fece abbattere le precedenti diffidenze e ogni possibile residua barriera.
Ovviamente, quindi, aggiunsi se potevo fotografare l’azione, ottenendo piena autorizzazione a documentare la scena.
Questo è il vero folklore palermitano, l’ironia positiva che ci contraddistingue e basta assai poco per inserirsi pienamente nella solarità della nostra bella gente.
Buona luce a tutti.

© Essec

https://angolinodelfotoamatore.blogspot.com/2018/06/fotografare-palermo.html

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