“Davanti alla estetizzazione della politica, è necessario politicizzare l’arte”. Così si esprimeva Walter Benjamin, di cui quest’anno ricorre l’ottantacinquesimo anniversario della morte, nel suo “l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”.
Forse vale la pena partire da qui.
Se la fotografia, come forma d’arte, ha un suo intrinseco ruolo sociale, allora non può che avere anche un significato fortemente politico, che si estrinseca nel saper e poter mostrare le infinite potenzialità del genere umano.

Le immagini delle piazze del 3 e del 4 ottobre ci rimandano proprio questo: si è trattato di piazze in un certo senso prepartitiche e presindacali. Lo sciopero generale indetto dalla CGIL e dai sindacati di base ha semplicemente offerto una possibilità, ma la scintilla della solidarietà umana era già scoccata: sono state le persone – al di là della propria appartenenza partitica, politica o sindacale – a bloccare l’Italia.

Una moltitudine in marcia che, andando oltre la paura e le provocazioni, ha riempito e colorato le strade dell’intero paese. E anche adesso che la pace dei colonizzatori sembra sia stata raggiunta, questa marea umana non sembra voler smettere di esserci e di rendersi visibile: la Palestina ha contribuito a rimettere al centro l’idea che i diritti o sono per tutte e tutti o non sono diritti, ma privilegi. Ed i privilegi, si sa, vanno eliminati. In questo percorso la fotografia può rivestire un ruolo centrale: mediante le immagini è possibile mostrare, dall’interno, il risveglio di questa comunità umana in cammino al grido di “omnia sunt communia”.  [...]  https://witnessjournal.com/magazines/wj158/