
Anche quest’anno torniamo a San Vito Lo Capo per una nuova edizione del 𝗦𝗶𝗰𝗶𝗹𝗶𝗔𝗺𝗯𝗶𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗙𝗶𝗹𝗺 𝗙𝗲𝘀𝘁𝗶𝘃𝗮𝗹
𝗗𝗮𝗹 𝟭𝟯 𝗮𝗹 𝟭𝟴 𝗹𝘂𝗴𝗹𝗶𝗼 𝟮𝟬𝟮𝟲 ci ritroveremo ancora una volta per condividere cinema, idee e visioni!
Non vediamo l’ora di riunirci tutti e tutte insieme, ritrovare la nostra comunità, creare momenti di confronto e immaginare cambiamenti possibili… e naturalmente scoprire i film che saranno in concorso.
Il SiciliAmbiente Film Festival quest’anno compie 18 anni
Diciotto anni di film, incontri, visioni e dibattiti su ambiente e diritti umani. Diciotto anni di comunità, di confronto e di immaginazione di futuri possibili
Diventare maggiorenni significa anche continuare a guardare avanti, sempre con la stessa curiosità e la stessa urgenza di raccontare il mondo attraverso il cinema
Ci vediamo presto a San Vito Lo Capo!
#SiciliAmbiente #SiciliAmbiente2026 #SiciliAmbienteFilmFestival #SanVitoLoCapo #FilmFestival
da Dialoghi Mediterranei, n. 70, novembre 2024 di Nino Pillitteri
Con l’occasione di un viaggio scolastico Erasmus, progetto “Digi4girls for Equal future” che coinvolge Italia, Olanda, Romania e Turchia, siamo stati invitati con il nostro liceo scientifico, il Benedetto Croce di Palermo, a questo incontro a Gaziantep, Turchia occidentale meridionale, sul confine siriano. In effetti la base del nostro hotel è Nizip, centro agricolo di colture di cotone, olive in campi interminabili interrotte da filari di pistacchi e noci. La terra è molto fertile e non per nulla ci troviamo ad una decina di chilometri ad est dall’Eufrate. Qui a Nizip c’è un campo di accoglienza di profughi per lo più siriani ma non mi è stato possibile avvicinarmi sia per le forze di polizia ma anche per la presenza delle mie studentesse impegnate nel progetto.
La situazione qui è tranquilla ma in grande fermento. Il brusio delle strade è talvolta interrotto da convogli militari in direzione est, cioè Diyarbakır, una delle più importanti basi militari aeree e missilistiche americane in Turchia.
Siamo arrivati venerdì sera, 4 ottobre 2024 dopo il cambio aereo Palermo – Istanbul – Gaziantep e minibus per Nizip. La cittadina per nulla turistica non offre che un paio di ristorantini dove è anche difficile pagare con qualsiasi carta. Dopo un giro in centro città sabato mi sono reso conto che non c’era granché molto da vedere e mi sono ritrovato a visitare officine di riparazione avvolgimenti, accumulatori e pompe ad immersione e ho fatto un raffronto prezzi di motoseghe Stihl, tedesche, e trattori italiani Landini che qui costano meno della metà rispetto all’Italia.
Ho familiarizzato con meccanici e riparatori, ho notato i primi spostamenti di convogli militari. Certo la Farnesina prima di partire mi consigliava di non intessere discussioni politiche con i residenti per cui avrei potuto suscitare irritazioni, e soprattutto di non cercare alcool in questa regione.
Alla TV seguo telegiornali turchi sugli sviluppi dei bombardamenti israeliani a Gaza, confine libanese e periferia di Beirut. I reporter turchi sono più liberi dei nostri e mostrano una situazione dettagliata al confine libanese e israeliana.
Domenica 6 ott 2024 – Ho organizzato, con un driver, il Signor Mahmud, e minibus un tour a Gobeklitepe, forse il sito archeologico più antico, datato XI sec. a.C. Qui, dopo circa 3000 anni la città fu abbandonata, e solo dopo altri 3000 furono erette le prime Ziggurat e poi le piramidi e poi Stonhenge. La strada procede al ritorno fino a Sanliurfa o Urfà, come dicono loro, dopo avere attraversato l’Eufrate ma subito dopo iniziano i controlli di polizia militare. Tra due garitte blindate e con grosso carro armato su gomme le auto sfilano lentamente, mostrando documenti. Talvolta si viene anche perquisiti. Era stato anche così trent’anni fa quando, un amico, diretto a Nemrut Dagi, altro sito archeologico, voleva proseguire in direzione lago di Van passando per Diyarbakır. Fermato dopo un controllo è stato costretto a tornare indietro. Anche allora a causa di fermenti di guerra e minacce tra Iraq e Iran.
La sera in albergo ho chiesto di ordinare una pizza e una birra. No, la birra no, mi dicono, sono musulmani. Ribadisco che loro sono musulmani ma non io. Va bene anche una bottiglia d’acqua. Arrivata quindi la pizza, ritornano i due tipi alla reception con un sacchetto nero con delle birre doppio malto, mi fanno cenno di andare con discrezione nella stanza dietro per cenare e condividiamo tre bei boccaloni. E si parla, si parla di Israele, della situazione siriana, il Libano e della guerra russo ucraina.
Ci sono molte differenze nel mondo islamico di vedere le cose. Invasione della Russia in Ucraina è da condannare ma nel caso di Israele in Libano invece no, su questo sono d’accordo entrambi. Faccio notare che le bombe ammazzano lo stesso e ricordo i 40 mila morti a Gaza.
Martedì 8 ott 2024 – Nizip ha due istituti superiori di istruzione frequentati per il circa 45% da studenti profughi siriani. Facciamo loro una visita durante le lezioni di grammatica turca. Sorridono, ci salutano con la mano e molti di loro ci raggiungono in cortile per una foto oppure solo per chiederci: “ Where do you came from?”, “What is your name?” sono le uniche frasi ma poi la conversazione non va oltre i sorrisi, strette di mano, occhi negli occhi.
Tutta l’area geografica è stata soggetta negli ultimi anni a violenti terremoti che hanno causato migliaia di morti. La ricostruzione è stata attivata e in mezzo al nulla sorgono quartieri di palazzi non ancora intonacati e strade non asfaltate. I negozi a parte qualche supermercato riguardano vendite di cellulari ed elettrodomestici. Poco artigianato e molto mondo agricolo con punti vendita di motozappe, erpici e sementi.
Mercoledì 9 ott 2024 – Di ritorno da scuola intorno le ore 14:00 trovo questa situazione in albergo: Temperatura interna oltre i 40°, niente luce elettrica e acqua, non si può andare in bagno. Molti ospiti stavano giù nella hall, dato che vicino, a piano terra, era possibile usufruire delle toilette dove un filo d’acqua assicurava un minimo servizio. Mi ritiro nella mia stanza, apro tutte le finestre, la porta d’ingresso per creare una piccola corrente d’aria. Sul mio letto inizio un “Bartezzaghi” ma poi crollo dal sonno finché mi sveglio in un mare di sudore e sento voci degli ospiti che vengono da giù. Scendo a sentire se è stata chiamata la società elettrica. Non si sa quando verranno i tecnici. Chiedo del pannello elettrico ma mi dicono che è stato controllato, che il problema viene dal generatore che non è nell’Hotel ma fuori e a cui sono allacciate delle palazzine a schiera.
Voglio vedere il generatore e la responsabile dell’hotel mi indica subito fuori dall’edificio. Mi seguono un paio di operai iraniani che lavorano qui per una ditta di componenti meccanici. Mi accorgo subito dalla lamiera rovente che il problema è il surriscaldamento e dei fil di ferro tengono chiuse le sei grandi ante metalliche per l’accesso ai pannelli interni. Tolti i fili, apro tutto mentre i pannelli dell’alta tensione scoraggiano i tre con me che si allontanano parecchio. Abbasso tutti i grossi interruttori. Aspetto una quindicina di minuti e faccio ripartire il tutto. Ora c’è la luce e divento un piccolo eroe di carta per qualche minuto. Ma dico che se non si mettono delle ventole il problema si ripresenterà.
Giovedì 10 ott 2024 – Visita alla sindaca di Gaziantep, ingegnere chimico Fatma Şahin (AKP, Partito della Giustizia e dello Sviluppo, un partito politico conservatore turco) al suo secondo mandato. Una donna molto forte che mostra due interpreti in inglese e italiano e, dopo una presentazione sul coinvolgimento del suo programma nello sviluppo al femminile di tutta l’area e scambio doni, ci licenzia per una riunione importante. La città, due milioni di abitanti, che si sviluppa attorno ad una fortificazione ottomana in ricostruzione, a parte il museo del mosaico della vicina Zeugma ed un piccolo quartiere dal sapore antico, non mi appassiona più di tanto per le sue nuove architetture quanto per i suoi ristoranti e pasticcerie di Baklavà.
Venerdì 11 ott 2024 – Visita all’area archeologica di Zeugma, sulla riva destra del fiume, sito tra le meraviglie del mondo.
Giro in battello fino a Rumkhale tra le anse e insenature e tuffo infine liberatorio tra le tiepide e trasparenti acque dell’Eufrate che vivo con un paio di bracciate come un tuffo ancestrale nella storia remota dell’umanità e nella profondità del mio io interiore.
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Intervista a Nino Pillitteri , streaming dal vivo Gruppi territoriali WJ:: Osservatorio Ballarò - Fotogiornalismo, Reportage, Formazione, Mostre
Osservatorio Ballarò è un gruppo di fotografi, operatori economici e sociali, psicologi e architetti che partendo dall'osservazione tracciano una linea scientifica di studio sul quartiere di Ballarò, crocevia di varie comunità e umanità; attori e promotori di una vitalità formata da diversi Licei, Scuole medie, sedi universitarie, chiese storiche e Biblioteca Comunale.
Osservatorio Ballarò si propone di:
- Contribuire alla salvaguardia, al recupero e alla valorizzazione dei punti forza del quartiere
- denunciare le carenze e le debolezze sociali e strutturali del quartiere
- migliorare la qualità della vita della comunità stessa, attivando energie e risorse e promuovendo la cultura della solidarietà, del dono, e della responsabilità sociale.
Osservatorio Ballarò e un progetto a lungo termine permanente con il contributo di:
Paolo Barbera, Nino Pillitteri, Giovanni Cerami, Toti Clemente, Salvo Cristaudo, Gregorio Bertolini, Patrizia Bognanni, Giusi Tarantino, Nino Giaramidaro, Zri Mario Conti e Luca Vitello.
Radici e Resistenze
Da oggi è disponibile il 154º numero di Witness Journal, un’edizione che vuole mettere al centro il tema della resistenza. C’è un filo che lega Gaza a Ballarò, l’Indonesia rurale a un piccolo paese d’Abruzzo, i tronchi millenari che si abbracciano nei riti arborei lucani ai corpi che occupano le università italiane in nome della Palestina. Una resistenza che non si esaurisce nella protesta, ma che si radica nei territori, nelle tradizioni, nei gesti quotidiani, nei sogni custoditi anche quando sembrano troppo fragili per sopravvivere.
In Student Intifada, Marioluca Bariona ci conduce dentro la devastazione sistematica dell’apparato educativo palestinese, raccontando un crimine che non è solo materiale ma culturale. Ma proprio dentro le macerie, tra le università distrutte e i professori uccisi, nasce una rete internazionale di studenti che rifiutano il silenzio: occupano, chiedono giustizia, costruiscono alternative.
A Ballarò, cuore pulsante e contraddittorio di Palermo, è nato un Osservatorio grazie alla sinergia tra fotografi, operatori economici e sociali, psicologi e architetti: un gruppo di professionisti uniti dalla volontà di mettere le proprie competenze al servizio del riscatto sociale del quartiere. In una zona segnata da povertà e dipendenze, ma attraversata da un’umanità vivace e creativa, l’Osservatorio è diventato un punto di riferimento per la comunità. Attraverso la fotografia e l’azione sociale, il quartiere si racconta, si riconosce e lentamente si ricuce. I fotografi del progetto sono: Paolo Barbera, Nino Pillitteri, Giovanni Cerami, Toti Clemente, Salvo Cristaudo, Gregorio Bertolini, Patrizia Bognanni, Giusi Tarantino, Zri Mario Conti e Luca Vitello
Con Figli di Accettura, Simona Iurlaro ci ricorda che le radici sono atti di resistenza: la festa del “Maggio di San Giuliano” con i suoi alberi che si incontrano e si fondono in un unico corpo, non è solo rito, ma narrazione collettiva di una comunità che non ha mai smesso di ritrovarsi. Anche quando il mondo cambia, anche quando il folklore rischia di diventare cartolina.
In Lady Riot Indonesia, Francesca Bolla racconta di un altro tipo di resistenza: quello delle donne contro un patriarcato che reprime la loro libertà e individualità. Eppure, nei villaggi, nei centri di formazione, nelle cucine e nelle aule, nasce una rivoluzione quotidiana, lenta, ma profonda.
E infine, con Per amore di Maria, Genny Di Filippo ci regala un piccolo poema visivo sull’intimità e la memoria. Una donna, un amore, una madre, un paese che cambia — e il bisogno di custodire tutto questo come patrimonio da tramandare. Perché anche l’amore, quando è ostinato e condiviso, è una forma di resistenza.
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La Redazione WJ
L’anno che verrà
Il nuovo anno si è aperto su scenari che, fino a poco tempo fa, sembravano impensabili. L’attacco statunitense al Venezuela, con la cattura del suo presidente, e le violenze esplose a Minneapolis durante operazioni federali di sicurezza hanno segnato simbolicamente l’ingresso nel 2026: un inizio che parla di forza, di rottura delle regole, di una soglia oltrepassata quasi senza più scandalo.
In questo paesaggio si staglia il profilo dei nuovi autoritarismi. Non si proclamano nemici della democrazia: se ne appropriano retoricamente mentre ne smantellano le fondamenta. Parlano di popolo, di ordine, di sicurezza. Ma dietro questa narrazione si consuma lo scambio più pericoloso: libertà in cambio di protezione. In nome di una sicurezza dichiarata, si normalizzano controlli, censure, accentramenti di potere e violazioni sistematiche dei diritti civili. È un modello ormai diffuso – dagli Stati Uniti di Trump all’Europa di Orbán e Meloni – che non abolisce la democrazia, la svuota dall’interno. Continua a leggere


