Da oggi è disponibile il 153º numero di Witness Journal, un’edizione dedicata alla capacità dell’umanità di affrontare e adattarsi ai cambiamenti. Il terremoto in Myanmar dello scorso 28 marzo è un esempio di come di fronte a disastri naturali, sempre più frequenti e devastanti, emerge con forza la necessità di un approccio sostenibile, sia nella costruzione degli edifici che nella gestione del territorio. Proprio a Sagaing, epicentro del recente sisma, Marco Riccioli – autore presente anche in questo numero – aveva realizzato un progetto, pubblicato nel numero 127 di Witness Journal.
Con il numero 155º Witness Journal torna ad esplorare la profondità di rapporto fra l’identità collettiva, la memoria storica e le sfide sociali e ambientali in corso, di cui dobbiamo e vogliamo essere sempre più protagonisti. In prima linea l’inaccettabile massacro di Gaza, davanti al quale non possiamo che unirci a gran voce al grido di pace (e giustizia) degli oltre 10.000 manifestanti che hanno sfilato tra i sentieri dell’Appennino bolognese, da Marzabotto a Monte Sole.
“Quello che sta accadendo a Gaza è un genocidio” per dirlo senza mezzi termini con le parole di Valentina Cuppi, sindaca di Marzabotto. A tracciare il parallelo tra la memoria della violenza subita in queste terre ottantun’anni fa e l’orrore che si sta consumando in Medio Oriente sono i numeri, sempre più mostruosi: oltre 56.000 palestinesi uccisi – per lo più civili – e più di 131.000 feriti. Tra questi, più di 15.600 sono bambini.
É questa la punta dell’iceberg di un ormai conclamato strapotere economico di pochi, “difeso” con l’industria delle armi e in apparenza destinato a non sciogliersi, nonostante i picchi di caldo da record e il riscaldamento globale che pure avanza, inesorabile e ogni giorno più tangibile. [vai al link]
“Davanti alla estetizzazione della politica, è necessario politicizzare l’arte”. Così si esprimeva Walter Benjamin, di cui quest’anno ricorre l’ottantacinquesimo anniversario della morte, nel suo “l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”.
Forse vale la pena partire da qui.
Se la fotografia, come forma d’arte, ha un suo intrinseco ruolo sociale, allora non può che avere anche un significato fortemente politico, che si estrinseca nel saper e poter mostrare le infinite potenzialità del genere umano.
Le immagini delle piazze del 3 e del 4 ottobre ci rimandano proprio questo: si è trattato di piazze in un certo senso prepartitiche e presindacali. Lo sciopero generale indetto dalla CGIL e dai sindacati di base ha semplicemente offerto una possibilità, ma la scintilla della solidarietà umana era già scoccata: sono state le persone – al di là della propria appartenenza partitica, politica o sindacale – a bloccare l’Italia.
Una moltitudine in marcia che, andando oltre la paura e le provocazioni, ha riempito e colorato le strade dell’intero paese. E anche adesso che la pace dei colonizzatori sembra sia stata raggiunta, questa marea umana non sembra voler smettere di esserci e di rendersi visibile: la Palestina ha contribuito a rimettere al centro l’idea che i diritti o sono per tutte e tutti o non sono diritti, ma privilegi. Ed i privilegi, si sa, vanno eliminati. In questo percorso la fotografia può rivestire un ruolo centrale: mediante le immagini è possibile mostrare, dall’interno, il risveglio di questa comunità umana in cammino al grido di “omnia sunt communia”. [...] https://witnessjournal.com/magazines/wj158/

L’Africa al centro
Dallo scorso mese di agosto l’Unione Africana si è fatta promotrice di una campagna volta a sostituire la mappa del mondo che tutti conosciamo e studiamo sin dalle scuole elementari, con una più giusta, e forse più equa. Il video che ha rapidamente fatto il giro dei social dimostra in maniera semplice come l’Africa appaia molto più piccola di quanto sia in realtà. Creata nel XVI secolo dal cartografo fiammingo Gerhard Kremer (detto Mercator) e semplificata in 2D per la navigazione marittima, la proiezione di Mercatore riduce funzionalmente e notevolmente la dimensione dei paesi posti sull’equatore, ed è la stessa su cui si basano ancora oggi le mappe più diffuse, dagli atlanti geografici all’applicazione mobile di Google Maps. In buona sostanza sono secoli che guardiamo l’Africa (e il mondo intero) attraverso una lente super distorta. Questo è quello che denuncia la campagna “Correct The Map”, secondo cui la deformazione visiva avrebbe di fatto contribuito all’idea di un’Africa marginale, influenzando l’istruzione, i media e la posizione politica che il continente occupa nel quadro internazionale. [...] continua a leggere ...https://witnessjournal.com/magazines/wj157/
Dal margine al centro
“New York rimarrà una città di immigrati, una città costruita da immigrati, potenziata dagli immigrati e, da stanotte, guidata da un immigrato”
Zohran Mamdani, nuovo sindaco di New York
L’elezione di un giovane socialista mussulmano a sindaco della Grande Mela, squarcia il velo di grigio che ormai circonda la politica partitica. Mamdani è la prova che è ancora possibile costruire comunità sociali dal basso, stravolgendo il tradizionale meccanismo della delega. Mamdani come simbolo di “rivolta”, dunque. E poprio nel senso etimologico del termine: esattamente come la vanga che rivolta la terra, porta in alto ciò che prima stava in basso, cosi ha fatto Mamdani.
Solidarietà, ascolto, inclusione: queste sono alcune delle parole d’ordine con cui ha condotto la campagna elettorale ed ha vinto le elezioni. Concetti chiari ed estremamente semplici e tuttavia di portata rivoluzionaria per la loro grande potenza comunicativa.
Un percorso simile ha guidato i movimenti che hanno supportato il viaggio della Global Sumud Flottilla e che oggi guida le manifestazioni a sostegno del popolo palestinese. Emerge allora un filo rosso che collega New York a Gaza, Parigi a Napoli: l’uscita dal buio, dallo stato di minorità, degli ultimi. [...]




