Intervista a Nino Pillitteri , streaming dal vivo Gruppi territoriali WJ:: Osservatorio Ballarò - Fotogiornalismo, Reportage, Formazione, Mostre
Osservatorio Ballarò è un gruppo di fotografi, operatori economici e sociali, psicologi e architetti che partendo dall'osservazione tracciano una linea scientifica di studio sul quartiere di Ballarò, crocevia di varie comunità e umanità; attori e promotori di una vitalità formata da diversi Licei, Scuole medie, sedi universitarie, chiese storiche e Biblioteca Comunale.
Osservatorio Ballarò si propone di:
- Contribuire alla salvaguardia, al recupero e alla valorizzazione dei punti forza del quartiere
- denunciare le carenze e le debolezze sociali e strutturali del quartiere
- migliorare la qualità della vita della comunità stessa, attivando energie e risorse e promuovendo la cultura della solidarietà, del dono, e della responsabilità sociale.
Osservatorio Ballarò e un progetto a lungo termine permanente con il contributo di:
Paolo Barbera, Nino Pillitteri, Giovanni Cerami, Toti Clemente, Salvo Cristaudo, Gregorio Bertolini, Patrizia Bognanni, Giusi Tarantino, Nino Giaramidaro, Zri Mario Conti e Luca Vitello.
L’anno che verrà
Il nuovo anno si è aperto su scenari che, fino a poco tempo fa, sembravano impensabili. L’attacco statunitense al Venezuela, con la cattura del suo presidente, e le violenze esplose a Minneapolis durante operazioni federali di sicurezza hanno segnato simbolicamente l’ingresso nel 2026: un inizio che parla di forza, di rottura delle regole, di una soglia oltrepassata quasi senza più scandalo.
In questo paesaggio si staglia il profilo dei nuovi autoritarismi. Non si proclamano nemici della democrazia: se ne appropriano retoricamente mentre ne smantellano le fondamenta. Parlano di popolo, di ordine, di sicurezza. Ma dietro questa narrazione si consuma lo scambio più pericoloso: libertà in cambio di protezione. In nome di una sicurezza dichiarata, si normalizzano controlli, censure, accentramenti di potere e violazioni sistematiche dei diritti civili. È un modello ormai diffuso – dagli Stati Uniti di Trump all’Europa di Orbán e Meloni – che non abolisce la democrazia, la svuota dall’interno. Continua a leggere
“Taranto non è soltanto una città; è un paradigma. Nel 2022, le Nazioni Unite l’hanno ufficialmente inserita tra le *zone di sacrificio* globali, quei luoghi dove la salute umana e l’integrità ambientale vengono sistematicamente obliterate in nome di un presunto interesse strategico nazionale.” Così esordisce Cosimo Calabrese nello struggente servizio di apertura del nuovo numero di Witness Journal. Zone di sacrificio, a beneficio di chi? Per la seconda volta a distanza di un numero, la domanda è la stessa: fino a che punto siamo disposti a sacrificare diritti e beni comuni, naturali e non, spazi democratici e ricchezze condivise, se non la vita stessa, per gli interessi esclusivi di pochi?
Lo scorso 6 dicembre, all’età di 73 anni moriva nella sua casa di Bristol uno dei fotografi più importanti e innovativi del secolo corrente. Martin Parr ha sempre raccontato la realtà in modo ironico, pungente, dissacrante, provocatorio e ci ha lasciati con più di un interrogativo a cui rispondere. Le sue foto erano uniche per l’epoca: non ricercavano un’eleganza formale, ma sorprendevano il soggetto con la violenza di un flash quasi sbagliato. I colori super saturi strappavano con forza frammenti di realtà, dotandoli di vita propria e staccandoli dal flusso di banalità quotidiana. Fra i temi indagati: il consumismo, il turismo, la cultura di massa, il cibo spazzatura e l’estetica pubblicitaria. [---]
Il re è nudo
La recente vittoria dei “NO” al referendum costituzionale rappresenta molto più di un semplice esito elettorale: è il segnale chiaro di una società che fortunatamente non intende rinunciare alla propria voce, né delegare passivamente il proprio futuro a una ristretta élite. È, soprattutto, un momento politico e culturale che merita di essere letto attraverso una lente più ampia, capace di cogliere le connessioni profonde con ciò che sta accadendo nel mondo.
In questo scenario, colpisce in modo particolare il ruolo dei giovani. Spesso descritti come disillusi o distanti dalla politica, hanno invece dimostrato una capacità di mobilitazione e una lucidità critica che smentiscono tutti gli stereotipi. La loro partecipazione al voto e il loro orientamento netto contro una riforma percepita come accentratrice di un potere invasivo e interessato, raccontano una generazione che rifiuta la deriva autoritaria e la normalizzazione della repressione. Non si tratta solo di difendere assetti istituzionali, ma di affermare un’idea di democrazia viva, partecipata, non piegata agli interessi di pochi.
Questo fermento non è isolato. In diverse parti del mondo, le manifestazioni “no kings” stanno assumendo un significato simbolico potente: il rifiuto di ogni forma di potere incontrollato, che si presenti sotto le sembianze di leadership carismatiche, oligarchie economiche o sistemi politici chiusi. È una protesta che parla lingue diverse ma condivide un messaggio comune: nessuno deve essere al di sopra del controllo democratico, nessuno può governare senza rispondere alle persone. [...] continua a leggere
in questo numero Sarajevo. La memoria che resiste| Armenia: tra spiritualità e memoria | Nowhere Matches | Hanoi – Sinfonia del Caos | La Terra nonostante tutto
Se la memoria non basta (editoriale di Matilde Castagna)
“La memoria è necessaria, dobbiamo ricordare perché le cose che si dimenticano possono ritornare.” ( Primo Levi)
Tra il 25 aprile e il 1° maggio c’è uno spazio che non è solo temporale. È uno spazio morale. Da una parte la memoria della liberazione dal fascismo, dall’altra la memoria delle lotte per il lavoro, la dignità, i diritti. Due ricorrenze che ogni anno tornano a ricordarci una cosa semplice e scomoda: la storia non è mai finita. E soprattutto non è mai garantita.
Eppure, guardando alla situazione internazionale dove le guerre si moltiplicano in linguaggi autoritari che ritornano, mentre i diritti sociali sono erosi lentamente fino a sembrare privilegi, viene da chiedersi se siamo davvero capaci di imparare dalla storia. O se la memoria collettiva sia diventata una cerimonia svuotata, un archivio consultato distrattamente una volta all’anno.
Forse il problema è che immaginiamo la memoria come qualcosa di statico: un monumento, una data, una celebrazione. Ma la memoria non è un deposito. È un esercizio. Un lavoro continuo di costruzione e manutenzione. Non esiste memoria senza relazione, senza racconto, senza corpi che si fanno testimoni.
In fondo siamo fatti proprio di questo: di storia e di storie. Personali e collettive. Ferite intime che dialogano con le fratture del mondo. [...] leggi tutto
WJ #164 Maggio 2026
In questo numero
Stanza Singola | Piccole Mani | El Tetas | Lungomare Catulo, s.n.c. | Capodieci|




